Il luogo
Monte de’ Cocci
Oltre i fornici che da via del Campo Boario conducono nel cuore del quartiere Testaccio, si erge Monte Testaccio, o Monte de’ Cocci. In latino, mons testaceus significa appunto monte di cocci, pertanto è questa particolare struttura a dare il nome all’intero quartiere.
Monte de’ Cocci si compone di numerosi strati di cocci derivanti da oltre 53 milioni di anfore in terracotta ordinatamente disposti lì in epoca romana per circa due secoli. Le anfore provenivano dal vicino porto fluviale sul Tevere: una volta svuotate del contenuto, non potevano essere riutilizzate per altri generi alimentari in quanto non smaltate all’interno. Venivano perciò fracassate e i loro cocci ordinatamente accatastati.
Quando non fu più utilizzato per la rottura dei cocci, venne progressivamente dimenticata l’origine del Monte, dando vita a interpretazioni fantasiose. Una sosteneva che i cocci fossero il risultato di errori di lavorazione delle vicine botteghe di vasai. Un’altra che fossero resti di urne cinerarie traslate dai colombari della vicina via Ostiense. Un’altra ancora che il monte si fosse formato con le macerie del grande incendio di Roma del 64 d.C.
In epoca medievale sul monte si celebrava il carnevale, con giochi cruenti: le ludus testacie, cioè delle tauromachie simili a corride; la ruzzica de li porci: carretti di maiali vivi spinti giù dalla collina che si sfracellavano a valle. A quel punto il popolo dava la caccia ai maiali frastornati.
Il monte divenne anche meta prediletta delle ottobrate, le feste romane che tra fine ‘700 inizio ‘900 vedevano sfilare verso le osterie e le cantine del Testaccio carretti addobbati a festa dalle “mozzatore”, cioè dalle donne che lavoravano come raccoglitrici d’uva nel periodo della vendemmia.
Il Monte fu sede di batterie di artiglieria sia durante l’assedio francese alla Repubblica di Roma, sia durante la Seconda Guerra Mondiale.




